Umano troppo umano

Se eri uno spirito libero, come lo definiva Nietzsche, sperimentavi “una grande separazione” quando improvvisamente diventavi consapevole che ogni cosa – famiglia, valori, religione – non significava nulla per te. In un primo momento rischiavi d’impazzire, ma col tempo in qualche modo ti abituavi alla situazione. Dopo aver vissuto la grande separazione, capivi che saresti sempre stato solo; che avresti sempre sofferto; che non ti saresti mai sentito sicuro di alcunché. Eri solo fuori dal mondo sociale consueto, gravato da un compito a cui non potevi sfuggire, un destino, che non potevi fare a meno di seguire, anche se non capivi quale fosse.

Per certo quest’uomo conoscerà brutte notti… ma poi, come ricompensa, giungono le estatiche mattine di altre regioni e altri giorni…

Continuai a leggere, e dopo un po’ alzai gli occhi.Fuori dalla finestra, il cielo si andava scurendo di nuovo. Quasi un intero giorno era passato, e io non me ne ero neppure accorta. Di norma questo mi avrebbe fatto sentire strana e imbarazzata, ma in quel momento, mentre terminavo l’ultima pagina di Umano troppo umano, non sembrò avere importanza. Anzi mi sentivo euforica. Forse avevo trascorso tutta la giornata sdraiata per terra semivestita, a leggere Nietzsche e a fumare e bere tè, ma questo non significava che fossi una fuori di testa, o che la mia vita fosse solitaria. Significava invece che ero uno spirito libero, e come gli spiriti liberi del passato, avevo un destino segreto, un compito da assolvere. Semplicemente, non avevo ancora scoperto quale.

 

L’indiscutibile potere catartico del chissenefrega

Ieri ho incontrato un tipo che non vedevo da sei o sette anni.  Questo tipo, io me lo ricordavo coi capelli e invece ieri era pelato. C’era tanta gente nel locale, eppure il primo volto che ho visto è stato il suo. Ci siamo guardati per una frazione di secondo che è bastata alla mia mente per mettere a fuoco, nome, cognome, indirizzo, periodo di conoscenza, motivo della conoscenza, vecchi discorsi, vecchie storie. Credo che alla sua, di mente, sia successa la stessa cosa.  Io poi sono andata per la mia strada, lui è rimasto dov’era e tutto è tornato nella scatola del dimenticatoio, così come per sbaglio era stata aperta. Devo dire che tra me e questa persona all’inizio, quando ci siamo conosciuti, c’era una forte antipatia. Quelle antipatie che ti fanno dire, io con te non verrei a prendere nemmeno un caffè. E quest’antipatia si è protratta per anni dato che, purtroppo, frequentava il mio giro di allora, quando ancora ero una che aveva dei giri. Poi qualcosa  cambiò. Una volta eravamo tutt’e due ubriachi e passammo un’intera notte a parlare, ma non come si parla da ubriachi, che ci si illude di fare discorsi profondi solo perché si nominano Dio, la Morte, la Guerra, il Mondo, il Marxismo, il Socialismo, la Lotta armata. Parlammo proprio! “Sai quando mi è capitato questo, mi sono sentita così…oh, ti capisco, anche a me è successo, anche io mi sono sentito così” , di preciso non ricordo gli argomenti, però fu un momento di vera comprensione e questo me lo ricordo bene. Non la chiamerei empatia, perché l’empatia è quando due persone, anche se non parlano, si sentono empaticamente vicine e non sanno spiegarsi perché e percome. Solitamente dura un attimo e poi svanisce.

Quella fu un’altra cosa.

Qualcosa che partì dalle parole, qualcosa di molto razionale. La nostra conversazione fu lunga e costruttiva, tornai a casa piena di spunti nuovi, qualcuno mi aveva capito e io avevo capito quel qualcuno. A lungo, in seguito, ho pensato a quell’antipatia iniziale, com’era possibile? Forse a volte ci sta antipatico proprio chi ci somiglia di più. Come da copione, iniziammo a frequentarci, perché io ero sempre una ragazza e lui sempre un ragazzo, a cui all’inizio non avevo dato il giusto merito. Se uno ti sta antipatico, lo vedi brutto. A volte vedi brutti persino alcuni che si chiamano come qualcun’altro che ti stava antipatico. C’era un periodo che, ricordo, odiavo tutte le Federica. Se una si chiamava Federica, in me scattava il pregiudizio. Poteva anche tirarmi giù la luna, mai sarei stata amica di una Federica. Che schifo di nome. Tutto ciò non ha alcun senso, lo so, però la mente è misteriosa e io alzo le mani.

Ad ogni modo, all’epoca (ho raggiunto l’età in cui poter dire i primi “all’epoca”!) ero troppo immatura per un “amore maturo”. Quello che parte dalle parole e arriva alla passione, non il contrario. In realtà, io non ho mai parteggiato per questa scuola di pensiero. Lui probabilmente sì, e chi lo sa, magari c’ha ragione. Oh, ma cos’è la vita senza qualche rimpianto?! Dopotutto il bello dell’età adulta è proprio camminare per la strada con un sacco invisibile dietro, più o meno grande, di occasioni mancate.

Fatto sta che mentre bevo la mia biondissima Leffe, il tipo si avvicina al mio tavolo e allora io mi alzo e gli sorrido e lo saluto. In un atto di paraculaggine estrema esordisco: “non ti avevo riconosciuto, sai è passato tanto tempo, tu ora sei senza capelli..” Certe volte devo registrarmi, così ogni volta che mi scordo che bisogna contare fino a dieci prima di parlare, faccio partire la registrazione della figura di merda e magari me ne evito un’altra. E lui risponde: “no, io invece ti ho subito riconosciuta. Quanti anni sono che non ci vediamo, cinque, sei ? ”  – ” Forse di più”, faccio io, per avanzare giustificazioni e scusanti alla mia terribile bugia. “Sei cambiata tantissimo”.

Al ché ci siamo salutati e ognuno è, di nuovo, andato per la sua strada. Le successive due ore le ho trascorse divisa in due. Una me parlava con l’amico con cui ero andata al pub e l’altra me si arrovellava sempre su due argomenti principali:

  1. Perché gli ho detto che non l’avevo riconosciuto, se l’avevo riconosciuto benissimo?
  2. In quel “sei cambiata tantissimo” c’era così tanta verità e nel suo sguardo, così tanta messa a fuoco, che io potevo solo battere in ritirata.

C’era anche un terzo punto che diceva “perché non ti alzi e gli vai a chiedere in che senso ti trova cambiata, come ha fatto a capirlo, che cosa ha visto?” Punto che attuo ma, in perfetto mio stile, invece di avvicinarmi a lui che nel frattempo si è alzato a pagare, viro per il bagno.  Com’è la storia del sacco di occasioni mancate che ognuno si porta dietro?

Tutto sommato, può anche essere che le nostre azioni, anche quando ci sembra di subirle, ci portino davvero dove vogliamo andare. In quel momento preferivo andare al bagno (ad aggiustarmi il rossetto e non per necessità!) e non da lui. Si potrebbe pensare che abbia agito la paura al mio posto, ma fermandosi un attimo e ribaltando la prospettiva, gli ho mentito per giustificare un saluto mancato e non sono andata a chiedergli cosa voleva dire con “sei cambiata tantissimo” perché, in fondo in fondo, non m’interessava.  Quando tutti questi pensieri si affollano nella testa, o ti bevi mezzo bar oppure li condividi. Tornata a sedere, faccio al mio amico “sai, quello che ho salutato prima era un tizio che eccetera eccetera, forse avrei dovuto dirgli che non era vero che non l’avevo riconosciuto, metti c’è rimasto male, e poi secondo te con “sei cambiata tantissimo” che voleva dire?” Il mio amico, un tipo  molto concreto (quasi tutti i miei amici sono concreti e mi aiutano a non perdermi troppo nella mia astrattezza), mi dice: ” Ok ho capito… e che te ne frega?” ” No, era per dire, per parlare capito… massì, in fondo, hai ragione tu”.

L’indiscutibile potere catartico del chissenefrega. Perché prima o poi uno deve imparare a prendersi le cose come vengono, senza cercare di aggiustarle o di tornare sui propri passi, quando si è fatta la scelta di virare verso il bagno.

Dicembre

Noi saremo sempre qui. In un tempo e in un luogo sospesi, al centro di un recinto di montagne e sotto un cielo terso e stellato. Passeranno le stagioni, la vita continuerà a ripetersi nel suo apparente divenire, ma esisterà sempre un luogo in cui il tempo è fermo e regna un silenzio assordante. Dove sempre sospenderemo i nostri respiri per ascoltarlo.

Poi siamo usciti fuori al gelo, come due viandanti, era tutto così chiaro per una volta e sentire quel freddo sulla pelle, una piccola immortalità.

Pelle su pelle, fiato su fiato.

Sotto un cielo in cui le costellazioni si indicano a dito, noi siamo sempre stati qui.

Lo avevo sognato qualche tempo fa in treno, mentre tornavo da una terra lontana, che c’era questo luogo sotto le montagne, dove nulla fa male, dove sentirsi eterni per una notte.

Siamo sempre stati qui, saremo sempre qui. Immensamente piccoli.

 Anche la macchina si è fermata. Per tornare al mondo, abbiamo dovuto spingerla a mano e le cose hanno ripreso pian piano a muoversi, i rumori a farsi sentire. E in cielo, ancora sospesa la luna, non ancora piena, ultima testimonianza dell’inganno. I nostri occhi strizzavano all’arancione delle luci artificiali.

La luna era ormai piena.

Ma sempre siamo stati qui, saremo sempre qui.

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MANGIA, PREGA, AMA.

Una volta ho visto un film, pensavo fosse la solita zolfa americana della donna di successo che, in un momento di crisi, prende, anzi, lascia tutto e parte alla ricerca di se stessa, indovinate dove… in India. Sto parlando di “Mangia, prega, ama” con protagonista Julia Roberts, film tratto dal libro autobiografico di una tizia di cui non ricordo il nome. Americana, comunque.

La trama è proprio quella, solo che dopo averlo visto, non ne parlerei con così tanta superficialità, perché è un film che mi ha lasciato qualcosa e che contiene degli spunti di riflessione interessanti.

Innanzitutto mi piace il modo in cui è mostrato il percorso interiore della protagonista, scrittrice di successo che, nel mezzo del cammin della sua vita, si rende conto che ha sposato un egoista buffone pieno di soldi che non ama e che la sua elegante e raffinata abitazione è in realtà una prigione dorata, in cui si sente soffocare. Un classico.

E quando uno tocca questo genere di disperazione, è capace persino di mettersi a pregare. Così, una notte, prega un qualche Signore di mostrarle la luce in fondo al tunnel. Questa le fa materializzare una richiesta di divorzio e un altro “fortunatissimo” incontro con un tipo New Age, la cui parodia potrebbe essere Carlo Verdone in “Un Sacco Bello”. Così la nostra Julia Roberts salta dalla padella alla brace, perché anche mister “Rapimento mistico e sensuale” si rivela una grossa delusione.

Il lavoro, poi, va male, perché questi scombussolamenti interiori fanno perdere un sacco di energia e uno per scrivere, ha bisogno di avere i neuroni a posto. Non resta che mettersi alla ricerca della causa che ha scatenato tutto questo Ambaradàn.

Dunque, che fare? Se lo chiedeva Lenin e se lo chiede pure Julia Roberts.  Partire! Ovvio, no?

Però in India non ci si può andare così di botto. Non si può passare da New York, da una casa con televisore al plasma e divano idromassaggio (esistono?), a un materasso di due centimetri di spessore su doghe di ferro.  Meglio andare per tappe.

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Prima tappa, Roma. Qui Julia fitta un appartamento antico e sgangherato, che però ha l’ “odore delle case dei vecchi”. In realtà questo film mi ha colpito perché tratta anche un concetto poco usato, ossia quello della libertà vissuta in maniera “problematica”(questa parola è da leggere con la voce di Verdone).  Finalmente sono sola… Finalmente mi sono liberata da ogni vincolo… Finalmente posso fare tutto quello che mi passa per la testa, senza dover dare conto a nessuno… Eppure sono infelice lo stesso, se non di più!!

Ci stiamo sempre a lamentare delle costrizioni e dei legami, ma quando ci mancano, daremmo di tutto perché qualcuno ci venga dietro, ci implori di non andarcene, senta la nostra mancanza quando non ci siamo e non veda l’ora del nostro ritorno. Quando tutto questo non c’è o lo si è volutamente perso, come nel caso di Julia, anche la libertà è difficile da gestire e si sperimenta la vera solitudine.

MANGIA

Paradossalmente è proprio imparando a stare soli, che si impara a stare con gli altri e si recupera il piacere di farlo. Sii solo e sarai insieme agli altri. E non scordarti di mangiare. Mangia, devi rimetterti in forze. In Italia Julia mangia oltre che spaghetti e pizze, emozioni, nuovi incontri e nuovi interessi. Nuovi punti di vista. Assaggia un pizzico di libertà e le piace. Compagna della solitudine, la nostalgia che, manco a dirlo, le fa compiere la stronzata del secolo: mandare una mail al tizio New Age che nel frattempo, magari, è diventato pure vegetariano.

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PREGA

Ora Julia Roberts ha la pancia piena. Adesso si deve occupare della parte più difficile, la sua interiorità. Tutti quelli che si vogliono ritrovare vanno in India. Ma l’India non è solo spiritualità, esotismo, meditazione, notti d’oriente. E’ anche miseria, spose bambine, insetti, scarsa igiene, tante, tante, tante persone le une addosso alle altre. Peggio che a Napoli. In più mettici svegliarsi alle 5 ogni mattina per andare a meditare, aiutare a pulire l’alloggio dove fai volontariato o qualcosa del genere, una sorta di comunità in cui appunto si prega, si sta in silenzio(che sogno!) e soprattutto, si cerca di concentrarsi sul fantomatico “qui ed ora”. In questo Julia è un vero disastro, perché ogni volta che si siede con le gambe incrociate (il loto, non lo sa fare) le vengono in testa i più disparati pensieri maniacali, “crema, il soffitto lo dipingerei color crema”, “ma guarda quella, come diavolo fa a concentrarsi?” “questa mosca giusto sul mio naso si deve posare?”

Fondamentale si rivela l’incontro con un simpatico signore dall’aspetto tipico dell’occidentale in vacanza, che diventa il suo Guru o Personal Trainer, che dir si voglia, sfornando consigli degni di Rob Brezsny su Internazionale:

“- Credevo di averla superata, ma… lo amo.
– Figurati. E così ti sei innamorata di qualcuno.
– E’ che mi manca!
– E lascia che ti manchi! Inviagli luce e pensieri d’amore ogni volta che pensi a lui e poi lascialo perdere!  Sai, se tu potessi liberare nella tua mente tutto lo spazio che usi per ossessionarti con quel tizio e con il tuo matrimonio fallito, avresti un vuoto con una porta aperta! E allora sai cosa fa l’universo con quella porta aperta? Whooom, ci entra dentro!  Dio ci entra dentro, e ti riempie tutta d’amore come non ti sogni nemmeno, capito? Credo che tu avrai la capacità un giorno di amare il mondo intero.”

Già. Siamo abituati a pensare al senso di vuoto con terrore e angoscia. E invece il vuoto prepara alla ricezione, all’accoglienza. Se dentro di noi c’è vuoto, allora c’è spazio.

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AMA

Un film commedia americana, anche se offre degli spunti, è sempre un film  commedia americana. In cui, nel finale, irrompe uno spagnolo davvero irresistibile. Javier Bardém è da sempre il mio sogno erotico, lo confesso. E ovviamente per Julia Roberts non si limita ad essere un sogno erotico, ma proprio il grande, vero amore della sua vita. Il cerchio si chiude, Julia torna a Bali dove un tempo, durante un viaggio di lavoro, un indovino le disse: “avrai due matrimoni, uno corto e uno lungo”. Come da copione, quel figo di Bardèm la investe con la Gip mentre lei va in bicicletta e Pam, colpo di fulmine. Oddio, io non escludo che in Indonesia queste cose possano succedere, ma qui, per quanto ne so, è piuttosto raro. Lasciando perdere le circostanze che portano i due a innamorarsi, il senso è che, una volta che hai risolto te stesso, sei pronto ad accogliere un altro. Puoi capire davvero un’altra persona e puoi amare sul serio. Nel momento in cui, dopo la paura iniziale, la nostra eroina riesce a lasciarsi andare ad un nuovo amore (non senza lancinanti dolori vaginali dovuti all’astinenza sessuale per un anno!!), il cammino giunge al termine e il film finisce che vissero tutti felici e contenti a Bali.

Quello che succede dopo non si sa.

Innumerevoli litigi su dove mandare a scuola i figli, minacce di abbandono, ricongiungimenti, qualche tradimento da parte di entrambi, nuove crisi interiori e nuovi viaggi in India? Africa? Medioriente? America Latina? Siberia?

Oppure…

Oppure il tanto agognato equilibrio, l’aver imparato a stare alla giusta distanza per non ferirsi, il rispetto di se stessa e del compagno, la vita coi figli in simbiosi con la natura, l’armonia con gli altri abitanti e il senso di comunità. Il film non ce lo dice, ma ci lascia intendere la seconda.

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Gira e rigira,  sempre l’amore è causa e soluzione di tutto. L’amore nel senso più ampio. Qualcosa che ha a che fare con l’accettare e accettarsi. Sì, perché possiamo fare tutte le ricerche interiori ed esteriori del mondo, ma se non sappiamo amare, saremo sempre come barche senza timone. Forse che la libertà non è vivere senza legami, ma accettare che tutti siamo vulnerabili ed è umano appoggiarsi ad un “altro”? In questo senso, si può essere liberi e dipendenti, soli e in compagnia allo stesso tempo.

                                       –

Comunque c’è chi, come me, non può andare in India perché odia gli aerei. Suggerimenti su un posto che somiglia all’India, in cui andarsi a cercare? In alternativa, se qualcuno va in India e mi trova, mi faccia sapere.

Oriana ad Alekos

Mai come quella estate avevo avvertito il dramma di accompagnare nel deserto un uomo la cui essenza ci sfugge perché è troppi uomini insieme, e tutti discontinui, tutti avviluppati in contraddizioni, non riducibili alla duplicità dell’eroe con un occhio buono e uno cattivo, un volto di bambino e uno di vecchio, una mente abbarbicata al passato e una proiettata verso il futuro.

E in un deserto dove ogni pianta è un miraggio, ogni filo di vento un’illusione, il deserto delle utopie, noi c’eravamo incontrati scordando di chiederci chi fossimo e dove volessimo andare; cani senza medaglia, c’eravamo presi per mano.

Ti amavo, perdio.

Ti amavo al punto di non poter sopportare l’idea di ferirti pur essendo ferita, di tradirti pur essendo tradita, e amandoti amavo i tuoi difetti, le tue colpe, i tuoi errori, le tue bugie, le tue bruttezze, le tue miserie, le tue volgarità, le tue contraddizioni, il tuo corpo con le spalle troppo tonde, le sue braccia troppo corte, le sue mani troppo tozze, le sue unghie strappate.

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E certo l’amore non ha per oggetto un corpo, però anche se eravamo separati da un oceano quel corpo io lo portavo a letto con me, nel ricordo lo abbracciavo come quando abitavamo la casa nel bosco, d’inverno, e la notte faceva freddo e ci scaldavamo così, la mia testa contro la tua testa, il mio ventre contro il tuo ventre, le gambe annodate..

E anche se il tuo carattere non mi piaceva molto, né il tuo modo di comportarti: con le sue smoderatezze, le sue ferocie, le sue durezze di roccia, le sue chiusure da ostrica. Più tentavo di aprire l’ostrica per esternarne la perla più essa mi resisteva colando un liquido nero. Il tuo bosco era pieno di sterpi, di spine, appena vi coglievo un fiore mi graffiavo, mi insanguinavo.

Però l’amore esisteva, non era un imbroglio, sebbene l’istinto mi avesse avvertito che chiunque entrasse nella tua sfera perdeva la pace per sempre.

Nonostante quelle oasi di gioia, quelle grandinate di allegria, questa nostra unione era stata un fiume di angosce, pericoli e follie: stare con te era come stare in prima linea.

Un continuo piovere razzi, granate, napalm, un perenne scavare trincee, andare in pattuglia su sentieri minati, lanciare attacchi, ferire e venire feriti.

Vivere al fronte, può far perdere il senso della misura.

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PS. Secondo me nell’mp3 della Fallaci doveva esserci Love is a battlefield di Pat Benatar.