Notte, che m’hai combinato notte!

Notte, che m’ hai combinato, notte! La notte è un flamenco  che passa alla radio mentre la macchina allontana le luci della città e anima le strisce bianche sull’asfalto.

Ieri.

Ieri notte il contrasto si è rivelato in tutta la sua prorompente verità, il modo in cui le note cadenzate si mescolavano alle fabbriche della zona industriale, ai camion parcheggiati, agli spazi ampi e freddi illuminati dal bianco dei lampioni. Musica, che mi hai combinato musica!

Il flamenco è la musica che non ci si aspetta di trovare a bordo di una punto nera che procede diritta, fuori orario.  Come possono le percussioni e i sassofoni scandire il ritmo di un’auto che percorre una strada dritta, senza interruzioni, senza soste?

Con la sola voglia di andare diritto, diritto.

Guidarci dentro era immortalità. E non mi induceva a rallentare Marìa, la sevilliana vestita di rosso che mi accarezzava la coscia, non gli occhi neri in cui perdersi, il vestito rosso da poter sfilare e poi fermarsi, baciarla, possederla.

Musica, che mi hai combinato, musica!

No, il flamenco con le sue varietà mi distrae dalla corsa e induce alla sosta, alla deviazione.

Cambiare stazione

Musica celtica. La notte della radio è un miscuglio di mondi e suoni e visioni.

E nemmeno Agata potette molto, quante volte avevo visto quegli occhi? Quante volte me ne ero innamorato ed ero scappato via?  Quanto più qualcosa ci sembra familiare, tanto più ci terrorizza.

A volte nulla può impedire a una punto nera di correre veloce e diritta verso l’ignoto.

O di trovare uno schianto.

 

A tratti (antiSOCIAL)

Nell’era dell’iper comunicazione, stare zitti è un atto rivoluzionario. Questa è un’epoca in cui tutti sono pericolosamente convinti che agli altri interessi ciò che hanno da dire e che questo sia unico e irripetibile, originale e inopinabile, prezioso e intelligente, ma la verità è che scrivere su un qualunque social network  pensieri e opinioni, condividere frasi e canzoni, equivale ad urlare in una piazza vuota oppure a squarciagola in una piazza affollata in tono appena percettibile.

Sarà per questo che nell’era della sharing culture, non condividere un cazzo è pure un atto rivoluzionario.

Sarà per questo che mi sento affogare nel mare del surplus comunicativo, dove anche le emozioni base sembrano cancellate, o peggio, ignorate, laddove espresse in una spasmodica ricerca di attenzione.

Disperate dichiarazioni di esistenza.

Sarà per questo che nell’era delle opinioni e delle cause da condividere a suon di clic, dell’attivismo spicciolo e delle bocche a cuore, del voler essere compresi e consolati senza comprendere e consolare nessuno, siate sicuri che nessuno è d’accordo o in disaccordo con voi e non gliene frega che siete vegani o angosciati.

E no, non darebbe la vita affinché possiate esprimervi. Piuttosto ve la toglierebbe.

E non condividerebbe davvero il vostro antirazzismo, ma si accoderebbe alzando il pollice blu del pietismo perché si sa,  i razzisti sono delle brutte persone. Perché i neri sono delle brutte persone. E i bianchi? Pure.

Una tirata antisocial, che paradossalmente condividerò.

Sarà che la penna è diventata un coltello da usare con cautela, nell’era della condivisione scavarsi dentro è un atto masochistico.

Un atto insensato.

Un atto contro i mulini a vento, un atto tragico.

E per questo, un atto rivoluzionario.

 

PS. Se ancora le idee possono cambiare il mondo, abbasso i pollici blu e imbracciamo i coltelli. La rivoluzione ognuno la faccia dentro di sé.

 

 

Di una festa patronale mi piace

Di una festa in strada mi piacciono due momenti: molto prima che inizi, quando ci sono tutti quelli col cartello staff a sbattersi avanti e indietro con cavi e attrezzature, e si allestiscono i gazebi e si trascinano cose e tutto ha il suono dell’attesa ed è proprio il sabato del villaggio. E poi mi piace la fine, ma la fine a notte fonda, quando non rimane che l’odore del vino e carte e bottiglie vuote dapertutto e qualche ubriaco che farfuglia seduto su una panchina e qualche solitario che chissà se sta tornando o andando da qualche parte e gruppetti di ragazzi brilli che si chiedono, secondo te dio esiste? E di nuovo quelli col cartello staff che mettono in ordine, perché poi, anche nella festa più sfrenata, sempre arriva questo momento.

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Anche l’idiota non è stupido.

C’è un libro a cui sono molto affezionata ed è “L’Idiota” di Dostoevskij. Ultimamente riflettevo sul perché la cattiveria, la stronzaggine, la malafede, ‘a cazzimma, per intenderci, viene di solito associata all’intelligenza e al carattere. Il suo contrario, la bontà, ma non quella asservita, lo scarso amore di sé che intrappola in una gabbia di “sì” non voluti – facile che si scivoli nel servilismo.  Parlo della bontà d’animo, del rispetto per gli altri e per se stessi, della fede in certi ideali, in certi valori, quell’ingenuità che è apertura al mondo e che il mondo fa di tutto per affossare. “Chi è buono è fesso” è un ritornello conosciuto. La bontà non è associata all’intelligenza e nemmeno al carattere. E se il mondo è pieno di idioti, allora è pieno di “buoni”?

Qualcosa non torna.

L’Idiota di Dostoevskij è il principe Muskin. Ed è Idiota perché il suo animo non si è lasciato corrompere dal marcio del vivere in una società. Dagli artigli della dimensione pubblica. Nella sua ingenuità, è l’unico a brillare in quella massa opaca, eppure ne uscirà sconfitto. D’altra parte chiunque provi a non cedere a certe schifezze, viene rimproverato. Ma che, sei scemo? Buttare nel cesso un’opportunità così! E per cosa, per un ideale?

Mica ci campi con gli ideali.

Io forse sono idiota o forse non ho ancora capito come gira il mondo. Il fatto è che a tutti piace insegnarlo e piace ripeterlo. Sveglia, non lo sai come gira il mondo? E io per dispetto dico che il mondo gira al contrario e che è un Paese delle meraviglie e che io sono Alice. E che le meraviglie resistono e finché resistono, pure io resisto.

Ma poi mica è vero che non si campa con gli ideali,

è senza che non si vive!

arton1612

 

Diritto di cronaca

Sbaglio sempre a giocare la mia partita col destino quando il destino mi conduce da te. Ma in fondo il destino coglie impreparati tutti quanti, me e te, gli altri. Io che quando vedo la tua ombra nell’obbiettivo della camera sento lo stomaco salire in gola, il tuo sguardo brucia persino quando non è a fuoco. No, non sei tu – mi dico, inutilmente, lo so che sei tu, che dietro quella sagoma scura ci sono proprio gli occhi che riconosco tra mille, verso cui nessuna difesa è possibile. Tu sai che anche a me piace andare contro, perciò ti vengo incontro – hai la barba lunga, non mi piace quella barba – penso, ti nasconde troppo le smorfie e tu sei fatto per le smorfie, disappunto, disprezzo, beffa e anche tenerezza, nostalgia, tristezza, quella autentica. Mi vedi e sorridi, sorrido, mi piace proprio quella barba, ti nasconde le smorfie, mi sembri sincero e sì, sei proprio tu e ci stiamo incontrando per caso, forse per destino, un giorno che io ho la borsa a tracolla e il quaderno con la penna e la camicia sbottonata all’incavo dei seni e non me n’ero mica accorta. Non sopporto quando il pubblico invade il privato, non sopporto di dover fingere davanti a tutta quella gente intorno che non si accorge di te che sorridi e me che arrossisco dalla vergogna di non so poi cosa, forse che avrei voluto dirti – usciamo dalla sala, c’è tutto un museo per noi, siamo nel luogo della Storia, è qui che si conserva la memoria ma tu mi hai abituato ad ingoiare gli attimi. Io vado contro, io voglio conservare, anche se non è permesso. Un rewind impazzito risucchia te nell’obbiettivo della camera e me vorticosamente all’indietro, trovo posto in una poltrona alle tue spalle, ma dove non puoi vedermi. Si avvicina qualcuno, mi parla, gli parlo fingendo di ascoltare e questo Tal dei Tali sta pensando – perché è così nervosa, forse le piaccio, forse non si sente bene, forse ha ricevuto una brutta notizia, o una bella notizia? No, Tal dei Tali non pensa niente di tutto questo, si prende gli appunti e torna a sedere – quella lì è proprio strana. Succede che non so come finiamo a ballare con un paio d’amici, per sostenere l’imprevedibilità degli eventi mi serve dell’alcol, i nostri sguardi si incrociano spesso, spesso si allontanano. Così mi piace gironzolare da sola per l’ambiente, ora col pretesto del bere, ora con quello di ritrovare il cappotto. Come un’anima in pena che non sa quello che cerca eppure si mette a cercare. Ma cos’è che ci divide, perché ho paura persino di sfiorarti? Di nuovo la sensazione di prima, la spaccatura tra pubblico e privato mi lacera, perché devo fare finta, perché non mi posso esprimere, perché non sono libera? La costrizione di dover dosare tutto, la nostra intimità da nascondere a quel maledetto pubblico indiscreto – avrei voluto essere un manifesto e lo ero, mio malgrado. Poi quando anche l’infinito giunge al termine e terminano le ore in un minuto, la mia ricerca in un nulla, infine la tristezza è l’amaro di un bacio che mi dai, perché forse ho bevuto un po’ troppo e non ce la fai a lasciarmi col sapore di un’altra bugia.

Poesia delle api e della gente (sempre sugli insetti, 3)

 

 

Sono strane le api,

producono miele

ma se ti acchiappano

pure veleno

ti iniettano.

E così la gente  è proprio strana,

ha sempre bisogno di una punta d’amaro

si sa

noi due siamo gente strana

da un lato ape, dall’altro umana

ci piace il nettare dal fiore

e il veleno dal pungiglione,

il miele si sa

è un processo lento e delicato,

è il prodotto

delle api che non si pungono tra loro

delle api che cooperano.

 

Il miele si sa

alla gente piace

ma la gente delle api è piú strana:

crede che punga,

la dolcezza.

 

 

Bienenkoenigin_43a

Il principe delle mosche (sempre sugli insetti)

 

Niente

Ho bisogno di amare

Ho bisogno di arredare

Solo mi serve di andare

Di andare dove voglio

Di capire, di conoscere l’altro

Di essere d’accordo con me stesso

Quando nell’ingiustizia vedo la mia sorte.

È una caldissima mattinata di inizio luglio e la spiaggia sul lungomare Mattei di Vieste, bianchissima cittadina pugliese sul Gargano, è riempita dai soliti bagnanti dai corpi flaccidi, da quelli allenati, da quelli già abbronzati artificialmente dalle lampade dei solarium, da quelli visibilmente curvati dalle sedie delle scrivanie.  Sono ormai le undici, la colazione è stata digerita, ci si può tuffare in mare senza pericolo di riemergere galleggiando. Le mamme spalmano di crema i loro bambini, gli animatori vengono a chiamare gli ospiti dei lidi per l’acquagym (perversa pratica che consiste nel fare ginnastica in acqua al ritmo dei tormentoni estivi, una musica martellante, che riesce a storpiare persino la lettura di un giornaletto di gossip) e dopo, cosa ancor peggiore, faranno lo stesso per il “gioco aperitivo”. Dei quattro chilometri di costa del lungomare Mattei, forse, soltanto centocinquanta metri sono di spiaggia libera, il resto appartiene agli alberghi e ai residence della zona. Il quadro somiglia molto a quello descritto dallo scrittore americano D.F. Wallace in “Una cosa divertente che non farò mai più” che, con pungente ironia, racconta la sua esperienza a bordo della Nadir, crociera di lusso in viaggio ai Caraibi, su cui s’imbarca per scrivere un articolo per la prestigiosa rivista Harper’s. Wallace focalizza l’attenzione sulle abitudini dell’americano medio in vacanza, per lo più ottuse e pacchiane, tese soprattutto alla ricerca di un forzato e artificiale relax. Obiettivo che accomuna i passeggeri della Nadir ai bagnanti sul lungomare Mattei di Vieste, di cui sono stata testimone oculare. Un quadro molto simile, certo, se non fosse che sulla Nadir, Wallace non fa accenno alle mosche. O forse sì, ma le chiama in altro modo. Sulla Nadir gli “stranieri” dalla pelle scura – e lo sottolinea – sono coloro che svolgono le mansioni più umili e faticose:

Il make up etnico dell’equipaggio della Nadir è un melting-pot che sembra preso dalla pubblicità della Benetton, ed è una sfida continua fare l’identikit etnico – geografico delle varie gerarchie del personale di bordo. […] Sembra sia in vigore un sistema eurocentrico di caste: camerieri, aiuto camerieri, ragazze addette alle bevande, sommelier, croupier, animatori, steward sembrano per la maggior parte ariani, mentre facchini, custodi e mozzi tendono a essere di carnagione più scura – arabi, filippini, cubani, neri.

Sulla spiaggia del lungomare Mattei le mosche ronzano tra i vacanzieri scandendo ritmicamente “Prego, prego”, “Solo cinque euro”, “Orecchini, bracciali, anelli” e in questo contesto, nessuno pare averne paura, la loro presenza è solo fastidio, quando viene almeno percepita. Si muovono a piedi, quattro chilometri avanti e indietro sotto il sole cocente, chi vestito all’occidentale, chi in abito tradizionale, ma i colori non servono a renderli visibili. Di giorno ronzano attorno ai vacanzieri, di notte si radunano in quei pochi metri di spiaggia libera o nelle auto parcheggiate ai margini, e lì concludono la giornata, riposano le ali, tacciono il loro ronzio. Mi torna in mente il passo del racconto Villa Literno di Tahar Ben Jelloun:

In mezz’ora tutti i marciapiedi e i campi di Villa Literno sono ricoperti di corpi umani che dormono profondamente. Antonio ha paura. Si sente assediato da ogni parte da corpi anomini, sprofondati in un sonno senza dubbio ben meritato. […]

È uno spettacolo straordinario. Nessun regista avrebbe potuto mettere su una scena di questo genere. Villa Literno sta per prendere il largo, viaggia, portata via dai frammenti dei sogni di tutti questi uomini, qualcuno sdraiato direttamente per terra.

L’indomani una mosca si avvicina al mio ombrellone: vende libri. Impossibile non fermarsi a scambiare due chiacchiere, il suo sorriso offusca il sole. Mi mostra un libro di poesie, una raccolta di poeti africani pubblicata da una casa editrice evidentemente impegnata in progetti di solidarietà. Un libro tira l’altro, si presenta, “sono.. il nome troppo difficile da ricordare,  ma comincia il suo racconto, perché raccontare è il modo per essere riconosciuti.  E quello lo ricordo.

La Storia siamo noi, ma noi siamo la nostra storia.  Sono le storie personali che ci interconnettono agli altri creando empatia, consentendoci di specchiare il nostro vissuto in altri occhi e di accettarlo. Mi racconta di aver lavorato undici anni a Brescia in una fabbrica di dolciumi che poi è fallita, da allora lavora saltuariamente, ha un sogno: tornare in Sierra Leone dove vive ancora la sua famiglia e dove, mi dice, possiede il titolo di Principe. “Una volta tornato, mi piacerebbe riavviare l’azienda agricola dei miei genitori”, continua, sempre sorridendo,  un ragazzo di ventott’ anni.

Alla fine scelgo il libro di poesie da cui ho tratto i versi iniziali e un altro me lo regala, è una storia d’amore. Mi chiede se voglio andare con lui e diventare principessa.

Rispondo che sono grande per credere alle favole, ma che mi piace comunque ascoltarle.

Si mette in tasca la cinque euro, mi fa il baciamano e poi riprende a camminare. Lo guardo allontanarsi, prima che il rumore dei passi si trasformi in ronzio.