Un fantasma Kafkiano

Ognuno di noi è amico di “certi fantasmi”. Alcuni c’appaiono proprio nella nostra stanza, ci mettono in guardia oppure danno soltanto prova della loro esistenza. Del resto liberarsi dei fantasmi è impossibile e nemmeno è detto che sarebbe un bene.

Tratto dal racconto “Essere Infelici” di F. Kafka

(…)

Rimasi così ancora per poco seduto al tavolo, finché mi stancai anche di ciò, mi misi il pastrano, tolsi il cappello dal sofà e spensi la candela con un soffio. Uscendo inciampai nella gambe di una sedia. Sulla scala incontrai un inquilino del mio piano.

“Lei va già via di nuovo fannullone?” domandò riposandosi sulle gambe allargate su due gradini.

“Che devo fare?” dissi; “poco fa mi è capitato in camera un fantasma”.

“Lei dice questo con lo stesso malumore di chi avesse trovato un pelo nel brodo”.

“Lei scherza. Ma noti questo, un fantasma è un fantasma”.

“Verissimo. Ma se uno non crede affatto nei fantasmi? Ma a che cosa mi serve non credere?”.

“E’ semplicissimo. Non ha più bisogno di aver paura, se un fantasma viene veramente da lei”.

“Sì, ma quella è una paura secondaria. La vera paura è la paura della causa del fenomeno. E questa paura resta”.

Ero innervosito e cominciai a frugarmi in tutte le tasche.

“Ma siccome lei non aveva nessuna paura del fenomeno in sé, avrebbe potuto tranquillamente indagare sulla sua causa”

” Si vede che lei non ha mai parlato con fantasmi. Da loro non si riesce mai ad avere una chiara informazione. Si accostano e sfuggono.Tutti questi fantasmi sembrano avere più dubbi di noi sulla propria esistenza, il che, del resto, data la loro precarietà, non deve affatto sorprendere”.

” Io ho sentito dire però che si può nutrirli

“Lei è ben informato. Infatti, si può. Ma chi lo farebbe?”

“Perché no? Se si tratta di un fantasma femminile, per esempio”, egli disse, salendo sul gradino più alto.

“Ah”, dissi, ” ma nemmeno in questo caso si riesce sempre”.

Mi misi a riflettere.

Il mio conoscente era già tanto in alto, che per vedermi doveva chinarsi sotto la volta della scala. “Tuttavia”, gridai, “se lei mi porta via il mio fantasma lassù, allora è finita tra noi, per sempre”.

“Ma si scherzava soltanto”, egli disse, tirando il capo indietro.

“Allora va bene”, dissi e così sarei veramente potuto andare a passeggio con tutta tranquillità. Ma siccome mi sentii tanto abbandonato, preferii tornare su a coricarmi per dormire.

Essere donna, essere uomo

Essere donna  è così affascinante. E’ un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non annoia mai.

Avrai tante cose da intraprendere se nascerai donna. Per cominciare, avrai da batterti per sostenere che se Dio esistesse potrebbe essere anche una vecchia coi capelli bianchi o una bella ragazza. Poi avrai da batterti per spiegare che il peccato non nacque il giorno in cui Eva colse la mela: quel giorno nacque una splendida virtù chiamata disobbedienza.

Infine avrai da batterti per dimostrare che dentro al tuo corpo liscio e rotondo c’è un’intelligenza che chiede di essere ascoltata. 

  ___

Ma se nascerai uomo io sarò contenta lo stesso. E forse di più, perché ti saranno risparmiate tante umiliazioni, tante servitù, tanti abusi. Non dovrai servirti di un bel viso per essere accettato al primo sguardo, di un bel corpo per nascondere la tua intelligenza. Non subirai giudizi malvagi quando dormirai con chi ti piace. Faticherai molto meno.  Potrai batterti più comodamente per sostenere che, se Dio esistesse, potrebb’essere anche una vecchia coi capelli bianchi o una bella ragazza. Potrai disobbedire senza venir deriso, amare senza svegliarti una notte con la sensazione di precipitare in un pozzo.

Naturalmente ti toccheranno altre schiavitù, altre ingiustizie: neanche per un uomo la vita è facile, sai. Poiché avrai muscoli più saldi, ti chiederanno di portare fardelli più pesanti, ti imporranno arbitrarie responsabilità. Poiché avrai la barba, rideranno se tu piangi e perfino se avrai bisogno di tenerezza.

Eppure, o proprio per questo, essere un uomo sarà un’avventura altrettanto meravigliosa: un’impresa che non ti deluderà mai. Almeno lo spero perché, se nascerai uomo, spero che tu diventi un uomo come io l’ho sempre sognato: dolce coi deboli, feroce con i prepotenti, generoso con chi ti vuole bene, spietato con chi ti comanda.

Oriana Fallaci

Il complotto della sera prima

La sera prima. L’insostenibile pesantezza della sera prima.

Ma perché non è possibile organizzare qualcosa, o meglio, decidere qualcosa un minuto prima di farla? Il minuto prima non è così isterico come la sera prima. Io, se per esempio devo partire, non voglio saperlo la sera prima. Perché se lo so la sera prima, questa comincia a incombere con tutto il suo bastimento carico carico di ansie e preoccupazioni.

Che poi basta che comincia a spuntare il primo raggio di sole, quello delle cinque, e tutti i presagi di distruzione, morte, ecatombe, catastrofe, accuratamente immaginati (tanto che se poi nessuna di queste cose accade, quasi quasi ci rimani male) scoppiano come una bolla di sapone e vanno a finire chissà dove.

Perché nessuno lo sa, realmente, dove vanno a finire le ansie di giorno.

Per questo ogni volta che si materializza “una sera prima”, io inizio a imprecare contro chi per primo ha inventato questa cosa della pianificazione. E la cosa peggiore è che non ci si può fare niente, il mondo è strutturato così, per seguire le regole dei programmi e delle sere prima. Del resto non si può mica sempre avere il culo di beccare il “last minute”, invenzione fantastica fatta apposta per quell’esigua fetta di popolazione terrestre che odia la sera prima.

Io, per esempio adesso, gradirei farmi una bella dormita, senza dover passare la notte con gli occhi sbarrati ad attendere le cinque quando, vuoi per disperazione, vuoi per stanchezza, vuoi perché l’evento pianificato è vicino e subentra un senso di cupa rassegnazione, finalmente mi addormento…. e….

Succede che non mi sveglio in tempo.

E’ un grande classico. Ho perso il conto di tutti gli eventi pianificati persi a causa di questa faccenda della sera prima. Il fatto è che io in un mondo in cui la pianificazione è vietata, ci vivrei benissimo. Non si possono pianificare viaggi, incontri, presentazioni, appuntamenti, lauree, niente di niente. Il mondo di quello che succede, succede.

Tanto pure se la pianificazione ce la siamo inventata, comunque va sempre a finire a – quello che succede, succede.

Purtroppo la realtà è basata sui programmi, quindi una soluzione bisogna pur trovarla.

Ho elaborato un trucco: fare finta che non sia una sera prima. Perché ad ogni “sera prima” corrisponde un “giorno dopo”, che in breve racchiude tutti gli argomenti che saltano fuori la sera prima.  Ad esempio:

“Vieni a prenderti una birra con noi domani sera?”

” Non posso. Il giorno dopo devo partire”

E uno va a mettersi a letto prestissimo, convinto di sconfiggere la sera prima con l’illusione di avere molte ore a disposizione prima che “il giorno dopo” si materializzi.

Pessima idea.

La strategia vincente è prendere in giro il proprio cervello, dicendogli che “il giorno dopo” non  deve far altro che restare a letto a dormire. Però poi quello mica ci casca subito…Ad esempio vede i biglietti del treno sulla scrivania, messi lì perché “non sia mai, poi te li dimentichi ” ( la sera prima spinge a fare tutte queste operazioni preventive che fanno parte del suo complotto contro di te e le tue ore di sonno) e allora tutto il lavoro di auto – ipnosi per convincersi di non avere un cazzo da fare “il giorno dopo” svanisce e bisogna iniziare tutto daccapo.

Che stress.

Poi penso… Ma i capi di Stato che hanno una sera prima ogni sera, come diavolo fanno?

Ecco, loro sono l’apice dell’organizzazione, le punte della piramide sociale la cui base è la pianificazione. Chissà che trucco usano. Secondo me, gli psicofarmaci. Nessuna persona può reggere un quantitativo così grande di sere prima, c’è da diventar matti.

Oh guarda un po’, si è fatta l’alba. Lo dicevo, che mi stava venendo sonno.

Cos’è che dovevo fare io oggi? Ah, niente di troppo drammatico.

buonanotte!

 

 

 

Notte, che m’hai combinato notte!

Notte, che m’ hai combinato, notte! La notte è un flamenco  che passa alla radio mentre la macchina allontana le luci della città e anima le strisce bianche sull’asfalto.

Ieri.

Ieri notte il contrasto si è rivelato in tutta la sua prorompente verità, il modo in cui le note cadenzate si mescolavano alle fabbriche della zona industriale, ai camion parcheggiati, agli spazi ampi e freddi illuminati dal bianco dei lampioni. Musica, che mi hai combinato musica!

Il flamenco è la musica che non ci si aspetta di trovare a bordo di una punto nera che procede diritta, fuori orario.  Come possono le percussioni e i sassofoni scandire il ritmo di un’auto che percorre una strada dritta, senza interruzioni, senza soste?

Con la sola voglia di andare diritto, diritto.

Guidarci dentro era immortalità. E non mi induceva a rallentare Marìa, la sevilliana vestita di rosso che mi accarezzava la coscia, non gli occhi neri in cui perdersi, il vestito rosso da poter sfilare e poi fermarsi, baciarla, possederla.

Musica, che mi hai combinato, musica!

No, il flamenco con le sue varietà mi distrae dalla corsa e induce alla sosta, alla deviazione.

Cambiare stazione

Musica celtica. La notte della radio è un miscuglio di mondi e suoni e visioni.

E nemmeno Agata potette molto, quante volte avevo visto quegli occhi? Quante volte me ne ero innamorato ed ero scappato via?  Quanto più qualcosa ci sembra familiare, tanto più ci terrorizza.

A volte nulla può impedire a una punto nera di correre veloce e diritta verso l’ignoto.

O di trovare uno schianto.

 

A tratti (antiSOCIAL)

Nell’era dell’iper comunicazione, stare zitti è un atto rivoluzionario. Questa è un’epoca in cui tutti sono pericolosamente convinti che agli altri interessi ciò che hanno da dire e che questo sia unico e irripetibile, originale e inopinabile, prezioso e intelligente, ma la verità è che scrivere su un qualunque social network  pensieri e opinioni, condividere frasi e canzoni, equivale ad urlare in una piazza vuota oppure a squarciagola in una piazza affollata in tono appena percettibile.

Sarà per questo che nell’era della sharing culture, non condividere un cazzo è pure un atto rivoluzionario.

Sarà per questo che mi sento affogare nel mare del surplus comunicativo, dove anche le emozioni base sembrano cancellate, o peggio, ignorate, laddove espresse in una spasmodica ricerca di attenzione.

Disperate dichiarazioni di esistenza.

Sarà per questo che nell’era delle opinioni e delle cause da condividere a suon di clic, dell’attivismo spicciolo e delle bocche a cuore, del voler essere compresi e consolati senza comprendere e consolare nessuno, siate sicuri che nessuno è d’accordo o in disaccordo con voi e non gliene frega che siete vegani o angosciati.

E no, non darebbe la vita affinché possiate esprimervi. Piuttosto ve la toglierebbe.

E non condividerebbe davvero il vostro antirazzismo, ma si accoderebbe alzando il pollice blu del pietismo perché si sa,  i razzisti sono delle brutte persone. Perché i neri sono delle brutte persone. E i bianchi? Pure.

Una tirata antisocial, che paradossalmente condividerò.

Sarà che la penna è diventata un coltello da usare con cautela, nell’era della condivisione scavarsi dentro è un atto masochistico.

Un atto insensato.

Un atto contro i mulini a vento, un atto tragico.

E per questo, un atto rivoluzionario.

 

PS. Se ancora le idee possono cambiare il mondo, abbasso i pollici blu e imbracciamo i coltelli. La rivoluzione ognuno la faccia dentro di sé.

 

 

Di una festa patronale mi piace

Di una festa in strada mi piacciono due momenti: molto prima che inizi, quando ci sono tutti quelli col cartello staff a sbattersi avanti e indietro con cavi e attrezzature, e si allestiscono i gazebi e si trascinano cose e tutto ha il suono dell’attesa ed è proprio il sabato del villaggio. E poi mi piace la fine, ma la fine a notte fonda, quando non rimane che l’odore del vino e carte e bottiglie vuote dapertutto e qualche ubriaco che farfuglia seduto su una panchina e qualche solitario che chissà se sta tornando o andando da qualche parte e gruppetti di ragazzi brilli che si chiedono, secondo te dio esiste? E di nuovo quelli col cartello staff che mettono in ordine, perché poi, anche nella festa più sfrenata, sempre arriva questo momento.

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Anche l’idiota non è stupido.

C’è un libro a cui sono molto affezionata ed è “L’Idiota” di Dostoevskij. Ultimamente riflettevo sul perché la cattiveria, la stronzaggine, la malafede, ‘a cazzimma, per intenderci, viene di solito associata all’intelligenza e al carattere. Il suo contrario, la bontà, ma non quella asservita, lo scarso amore di sé che intrappola in una gabbia di “sì” non voluti – facile che si scivoli nel servilismo.  Parlo della bontà d’animo, del rispetto per gli altri e per se stessi, della fede in certi ideali, in certi valori, quell’ingenuità che è apertura al mondo e che il mondo fa di tutto per affossare. “Chi è buono è fesso” è un ritornello conosciuto. La bontà non è associata all’intelligenza e nemmeno al carattere. E se il mondo è pieno di idioti, allora è pieno di “buoni”?

Qualcosa non torna.

L’Idiota di Dostoevskij è il principe Muskin. Ed è Idiota perché il suo animo non si è lasciato corrompere dal marcio del vivere in una società. Dagli artigli della dimensione pubblica. Nella sua ingenuità, è l’unico a brillare in quella massa opaca, eppure ne uscirà sconfitto. D’altra parte chiunque provi a non cedere a certe schifezze, viene rimproverato. Ma che, sei scemo? Buttare nel cesso un’opportunità così! E per cosa, per un ideale?

Mica ci campi con gli ideali.

Io forse sono idiota o forse non ho ancora capito come gira il mondo. Il fatto è che a tutti piace insegnarlo e piace ripeterlo. Sveglia, non lo sai come gira il mondo? E io per dispetto dico che il mondo gira al contrario e che è un Paese delle meraviglie e che io sono Alice. E che le meraviglie resistono e finché resistono, pure io resisto.

Ma poi mica è vero che non si campa con gli ideali,

è senza che non si vive!

arton1612