La nottambula si sottopone al Mini questionario di Proust

 

Il tratto principale del suo carattere?

Ha presente una persona tranquilla? Il contrario

La qualità che preferisce in un uomo?

L’umiltà.

E in una donna?

Pure.

Il suo principale difetto?

L’essere Bastiana Contraria. Ma è anche il mio principale pregio.

L’ultima volta che ha pianto?

L’altra sera in macchina, quando è partita Redemption song. Mi sono ricordata una cosa bella, e ho pianto. A me, le cose belle, mi fanno piangere.

Non le credo.

Perché?

L’incontro che le ha cambiato la vita?

Era meglio che me ne andavo al cinema, quel giorno.

Prego?

Niente, lasci stare.

Sogno ricorrente?

L’aereo. Persino che mi cade in testa.

La persona che richiamerebbe in vita?

Mio nonno, buon’anima, che obliterava i biglietti sui bus della Sita e aveva senso dell’umorismo.

La canzone che fischia più spesso sotto la doccia?

Why you have to go and make the things so complicated?!

Film culto?

Fuori Orario, di Martin Scorsese.

Attore preferito?

Woody Allen. Ma anche Valerio Mastandrea.

E uno con cui passerebbe una notte di follie?

Sarò scontata, ma Jonny Depp. Poi con Stefano Accorsi e Claudio Santamaria, anche in contemporanea.

Attrice preferita?

Jodie Foster. Somiglia a mia madre.

E una con cui passerebbe una notte di follie?

Trovo molto sexy Asia Argento.

Piatto preferito?

Ah, non abbiamo ancora finito? Ad ogni modo, pasta coi pomodorini, rucola, zucchine e cacioricotta.

Bevanda preferita?

Gassosa Avena.

Un vino senza pretese.

Le Cantine del Notaio.

Deve dirmi il nome…

Le Cantine del Notaio!

Città preferita?

Roma.

Il suo primo amore?

Mio cugino di secondo grado. Che culo, con tutta la gente che c’è.

La trasmissione televisiva più amata?

Blob. È geniale.

Canzone preferita?

Sally, quella di De André però.

Posso chiederle il motivo?

Visto che mi sto sottoponendo a questa stronzata… D’accordo. È una canzone che sento mia, giacché mi è capitato di andare nel bosco con Sally e chissà quante altre scampagnate mi farò. A proposito, glielo dice lei a mia madre che non torno?

E se tornasse a nascere che mestiere farebbe?

È una domanda attuale anche in questa vita. Ma se tornassi a nascere, mi orienterei verso la Rockstar.

Ha un sogno?

Ne avevo tanti. Poi ho smesso di scambiare pipistrelli per angeli. Anzi, ho proprio smesso di guardare in aria. “I sogni sono per i pivelli, Ercole”.

Il suo motto?

Meglio un uovo oggi e domani.

Per l’esattezza dice “meglio un uovo oggi, che una gallina domani”

A me pare sempre meglio l’uovo. Perché l’umanità ha bisogno di uova, mai visto Io ed Annie?

Le domande le faccio io.

Mi scusi.

Annunci

IL MATERIALE UMANO

Quando studiavo all’università mi aveva colpito un caso, quello della traduzione di un termine tedesco in un’opera di Brecht. Erano quattro o cinque righe, in un manuale enorme di “Teoria e Storia della Traduzione” ed è l’unica parte che ricordo. E non solo me la ricordo, si è in qualche modo scavata un posto dentro di me, tanto da farmela saltare fuori ogni tanto. Da quel momento in poi ho imparato il significato della parola “straniamento”, l’effetto che ha voluto produrre Brecht col suo teatro, ma dire che l’ho imparato non è corretto. E’ proprio che l’ho sentito e non l’ho mai più dimenticato. Il bello è che le righe sul manuale non erano state scritte per pensarci più di tanto. Volevano solo spiegare come dovrebbe comportarsi un bravo traduttore di fronte a un termine molto forte, che ha appunto come obbiettivo quello di produrre un effetto. Nel caso di Brecht, lo straniamento. Il compito del traduttore è quello di non far perdere l’incanto dell’originale. Per questo alcuni dicono che la poesia sia intraducibile, se sei costretto a spiegartela, allora non ti è arrivata. La frase, che sono andata a ripescare, era questa:

I medici che cercavano un vaccino per la febbre gialla furono costretti a sperimentarla sulla propria persona. I medici tedeschi dell’epoca nazista, invece, di materiale ne avevano a iosa.

Non vi sentite anche voi un po’ straniati? Il tedesco “material” è talmente forte da escludere qualsiasi altra scelta di traduzione. Il materiale, ovviamente, sono esseri umani. Ecco, io non posso più sentire la parola “materiale” senza associarla a immagini di esseri umani squartati  per via degli esperimenti dei nazisti e tutto questo per colpa o forse “grazie” a Brecht. Va da sé che non ho mai visto una cosa del genere. Vista nella realtà, intendo. Ma è davvero importante vedere, toccare, o addirittura fare qualcosa per poterla capire? Per provare lo stesso effetto di… straniamento? Anche le parole possono riuscirci. Ad ogni modo, questa sensazione negli ultimi tempi salta fuori spesso. E ogni volta che succede torno a quelle pagine e penso che, anche se non ho vissuto tutto il possibile, ho avuto la capacità di sentirmi straniata. E finché non mi abbandonerà, potrò sempre sentirmi umana e lontana anni luce dal considerarmi anch’io stessa materiale. Non è facile, quando tutto attorno a te cospira per disumanizzarti, fino a renderti cinico. Con me non funziona. Nonostante tutto, sono riuscita a salvare la mia capacità di straniarmi e lasciare che un’emozione m’investa, sentirla fare tutto il tragitto all’interno di me, fino alla punta dei piedi.

Eppure altre volte tutto quello che desidero è spegnere, bloccarle la strada, farla rimbalzare, tenerla fuori. Non ci riesco mai. Quando m’illudo di avercela fatta, ecco che quella salta fuori da dove si era nascosta. Ha comunque trovato un’entrata. E poi mi fa a pezzi.

Liquefarsi

Che cosa ricorderai dei tanti momenti passati insieme? Tutte quelle parole, quei momenti, spariranno, come lacrime sotto la pioggia. Come parole che rimangono dentro a un libro in francese e che non saranno rilette dalla tua bella voce prima dello scorrere del tempo. Ma é inutile quantificare il tempo se i nostri momenti sono fluidi e si spalmano come burro su una fetta di pane. Quanto ci manca quel sapore conosciuto, che nella sazietà dello stomaco allontaniamo, in quella della mente continuiamo a ruminare. Questo piccolo paradiso fluido è il nostro, fatto del mio e del tuo sciogliersi del corpo, che si fonde  alla temperatura del big bang.

E poi viene l’acqua dell’ oceano, che è sempre quell’oceano, da cui tutti arrivano e tutti ritornano.

cartolina-fb-150dpi

Umano troppo umano

Se eri uno spirito libero, come lo definiva Nietzsche, sperimentavi “una grande separazione” quando improvvisamente diventavi consapevole che ogni cosa – famiglia, valori, religione – non significava nulla per te. In un primo momento rischiavi d’impazzire, ma col tempo in qualche modo ti abituavi alla situazione. Dopo aver vissuto la grande separazione, capivi che saresti sempre stato solo; che avresti sempre sofferto; che non ti saresti mai sentito sicuro di alcunché. Eri solo fuori dal mondo sociale consueto, gravato da un compito a cui non potevi sfuggire, un destino, che non potevi fare a meno di seguire, anche se non capivi quale fosse.

Per certo quest’uomo conoscerà brutte notti… ma poi, come ricompensa, giungono le estatiche mattine di altre regioni e altri giorni…

Continuai a leggere, e dopo un po’ alzai gli occhi.Fuori dalla finestra, il cielo si andava scurendo di nuovo. Quasi un intero giorno era passato, e io non me ne ero neppure accorta. Di norma questo mi avrebbe fatto sentire strana e imbarazzata, ma in quel momento, mentre terminavo l’ultima pagina di Umano troppo umano, non sembrò avere importanza. Anzi mi sentivo euforica. Forse avevo trascorso tutta la giornata sdraiata per terra semivestita, a leggere Nietzsche e a fumare e bere tè, ma questo non significava che fossi una fuori di testa, o che la mia vita fosse solitaria. Significava invece che ero uno spirito libero, e come gli spiriti liberi del passato, avevo un destino segreto, un compito da assolvere. Semplicemente, non avevo ancora scoperto quale.

 

L’indiscutibile potere catartico del chissenefrega

Ieri ho incontrato un tipo che non vedevo da sei o sette anni.  Questo tipo, io me lo ricordavo coi capelli e invece ieri era pelato. C’era tanta gente nel locale, eppure il primo volto che ho visto è stato il suo. Ci siamo guardati per una frazione di secondo che è bastata alla mia mente per mettere a fuoco, nome, cognome, indirizzo, periodo di conoscenza, motivo della conoscenza, vecchi discorsi, vecchie storie. Credo che alla sua, di mente, sia successa la stessa cosa.  Io poi sono andata per la mia strada, lui è rimasto dov’era e tutto è tornato nella scatola del dimenticatoio, così come per sbaglio era stata aperta. Devo dire che tra me e questa persona all’inizio, quando ci siamo conosciuti, c’era una forte antipatia. Quelle antipatie che ti fanno dire, io con te non verrei a prendere nemmeno un caffè. E quest’antipatia si è protratta per anni dato che, purtroppo, frequentava il mio giro di allora, quando ancora ero una che aveva dei giri. Poi qualcosa  cambiò. Una volta eravamo tutt’e due ubriachi e passammo un’intera notte a parlare, ma non come si parla da ubriachi, che ci si illude di fare discorsi profondi solo perché si nominano Dio, la Morte, la Guerra, il Mondo, il Marxismo, il Socialismo, la Lotta armata. Parlammo proprio! “Sai quando mi è capitato questo, mi sono sentita così…oh, ti capisco, anche a me è successo, anche io mi sono sentito così” , di preciso non ricordo gli argomenti, però fu un momento di vera comprensione e questo me lo ricordo bene. Non la chiamerei empatia, perché l’empatia è quando due persone, anche se non parlano, si sentono empaticamente vicine e non sanno spiegarsi perché e percome. Solitamente dura un attimo e poi svanisce.

Quella fu un’altra cosa.

Qualcosa che partì dalle parole, qualcosa di molto razionale. La nostra conversazione fu lunga e costruttiva, tornai a casa piena di spunti nuovi, qualcuno mi aveva capito e io avevo capito quel qualcuno. A lungo, in seguito, ho pensato a quell’antipatia iniziale, com’era possibile? Forse a volte ci sta antipatico proprio chi ci somiglia di più. Come da copione, iniziammo a frequentarci, perché io ero sempre una ragazza e lui sempre un ragazzo, a cui all’inizio non avevo dato il giusto merito. Se uno ti sta antipatico, lo vedi brutto. A volte vedi brutti persino alcuni che si chiamano come qualcun’altro che ti stava antipatico. C’era un periodo che, ricordo, odiavo tutte le Federica. Se una si chiamava Federica, in me scattava il pregiudizio. Poteva anche tirarmi giù la luna, mai sarei stata amica di una Federica. Che schifo di nome. Tutto ciò non ha alcun senso, lo so, però la mente è misteriosa e io alzo le mani.

Ad ogni modo, all’epoca (ho raggiunto l’età in cui poter dire i primi “all’epoca”!) ero troppo immatura per un “amore maturo”. Quello che parte dalle parole e arriva alla passione, non il contrario. In realtà, io non ho mai parteggiato per questa scuola di pensiero. Lui probabilmente sì, e chi lo sa, magari c’ha ragione. Oh, ma cos’è la vita senza qualche rimpianto?! Dopotutto il bello dell’età adulta è proprio camminare per la strada con un sacco invisibile dietro, più o meno grande, di occasioni mancate.

Fatto sta che mentre bevo la mia biondissima Leffe, il tipo si avvicina al mio tavolo e allora io mi alzo e gli sorrido e lo saluto. In un atto di paraculaggine estrema esordisco: “non ti avevo riconosciuto, sai è passato tanto tempo, tu ora sei senza capelli..” Certe volte devo registrarmi, così ogni volta che mi scordo che bisogna contare fino a dieci prima di parlare, faccio partire la registrazione della figura di merda e magari me ne evito un’altra. E lui risponde: “no, io invece ti ho subito riconosciuta. Quanti anni sono che non ci vediamo, cinque, sei ? ”  – ” Forse di più”, faccio io, per avanzare giustificazioni e scusanti alla mia terribile bugia. “Sei cambiata tantissimo”.

Al ché ci siamo salutati e ognuno è, di nuovo, andato per la sua strada. Le successive due ore le ho trascorse divisa in due. Una me parlava con l’amico con cui ero andata al pub e l’altra me si arrovellava sempre su due argomenti principali:

  1. Perché gli ho detto che non l’avevo riconosciuto, se l’avevo riconosciuto benissimo?
  2. In quel “sei cambiata tantissimo” c’era così tanta verità e nel suo sguardo, così tanta messa a fuoco, che io potevo solo battere in ritirata.

C’era anche un terzo punto che diceva “perché non ti alzi e gli vai a chiedere in che senso ti trova cambiata, come ha fatto a capirlo, che cosa ha visto?” Punto che attuo ma, in perfetto mio stile, invece di avvicinarmi a lui che nel frattempo si è alzato a pagare, viro per il bagno.  Com’è la storia del sacco di occasioni mancate che ognuno si porta dietro?

Tutto sommato, può anche essere che le nostre azioni, anche quando ci sembra di subirle, ci portino davvero dove vogliamo andare. In quel momento preferivo andare al bagno (ad aggiustarmi il rossetto e non per necessità!) e non da lui. Si potrebbe pensare che abbia agito la paura al mio posto, ma fermandosi un attimo e ribaltando la prospettiva, gli ho mentito per giustificare un saluto mancato e non sono andata a chiedergli cosa voleva dire con “sei cambiata tantissimo” perché, in fondo in fondo, non m’interessava.  Quando tutti questi pensieri si affollano nella testa, o ti bevi mezzo bar oppure li condividi. Tornata a sedere, faccio al mio amico “sai, quello che ho salutato prima era un tizio che eccetera eccetera, forse avrei dovuto dirgli che non era vero che non l’avevo riconosciuto, metti c’è rimasto male, e poi secondo te con “sei cambiata tantissimo” che voleva dire?” Il mio amico, un tipo  molto concreto (quasi tutti i miei amici sono concreti e mi aiutano a non perdermi troppo nella mia astrattezza), mi dice: ” Ok ho capito… e che te ne frega?” ” No, era per dire, per parlare capito… massì, in fondo, hai ragione tu”.

L’indiscutibile potere catartico del chissenefrega. Perché prima o poi uno deve imparare a prendersi le cose come vengono, senza cercare di aggiustarle o di tornare sui propri passi, quando si è fatta la scelta di virare verso il bagno.

Dicembre

Noi saremo sempre qui. In un tempo e in un luogo sospesi, al centro di un recinto di montagne e sotto un cielo terso e stellato. Passeranno le stagioni, la vita continuerà a ripetersi nel suo apparente divenire, ma esisterà sempre un luogo in cui il tempo è fermo e regna un silenzio assordante. Dove sempre sospenderemo i nostri respiri per ascoltarlo.

Poi siamo usciti fuori al gelo, come due viandanti, era tutto così chiaro per una volta e sentire quel freddo sulla pelle, una piccola immortalità.

Pelle su pelle, fiato su fiato.

Sotto un cielo in cui le costellazioni si indicano a dito, noi siamo sempre stati qui.

Lo avevo sognato qualche tempo fa in treno, mentre tornavo da una terra lontana, che c’era questo luogo sotto le montagne, dove nulla fa male, dove sentirsi eterni per una notte.

Siamo sempre stati qui, saremo sempre qui. Immensamente piccoli.

 Anche la macchina si è fermata. Per tornare al mondo, abbiamo dovuto spingerla a mano e le cose hanno ripreso pian piano a muoversi, i rumori a farsi sentire. E in cielo, ancora sospesa la luna, non ancora piena, ultima testimonianza dell’inganno. I nostri occhi strizzavano all’arancione delle luci artificiali.

La luna era ormai piena.

Ma sempre siamo stati qui, saremo sempre qui.

nrm_1416461444-24922f2fde60a4c572ea61f7ac47fc5b-campagna-cielo-buio